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L’esperienza del teatro nel carcere nel documentario “Io ci provo”

data aprile 22 | in Associazioni, Cultura, Istituzioni, Teatro, Teatro | scritto da | con 2 Commenti

Una sala prove, un progetto da realizzare, un copione da recitare. E le sbarre e le misure di sicurezza che circondano i detenuti improvvisamente non ci sono più. Il teatro libera e apre le menti.
Il documentario “Io ci provo” realizzato da Lara Napoli e Alessandro Salvini, prodotto da imovepuglia.tv, presentato alla 17esima edizione del Festival del cinema europeo racconta l’esperienza del teatro nella casa circondariale di Lecce, grazie al progetto “Io ci provo” (che è anche il nome della compagnia teatrale) della regista Paola Leone, e mostra chiaramente quanto importante sia l’evoluzione della persona, il cambiamento e il riscatto per un detenuto. Anche perché il carcere oltre ad essere un luogo dove si sconta la pena, debba anche educare e formare.

“L’idea è nata dalla curiosità di conoscere da vicino il lavoro di Paola, del suo progetto del teatro in carcere – spiega Lara Napoli – e un giorno, parlando con lei, ho espresso il desiderio di vivere un’intera giornata nel carcere, vederla lavorare il suo gruppo. Ammetto che non avevo nessuna coscienza di quello che avrei visto e provato, né la minima idea di cosa rappresentasse il teatro lì dentro”.

Uno dei protagonisti del documentario è Gaetano, ha già scontato dieci anni e ne deve trascorrere lì altri dieci. Lui si racconta davanti le telecamere, orgoglioso del nuovo percorso interiore intrapreso proprio grazie al teatro.
“Ha accettato di raccontare la sua vita, proprio in virtù del cambiamento che ha agito su di lui l’esperienza teatrale – continua Napoli -. Se avessi incontrato il Gaetano di qualche anno fa non sarebbe stato disposto a parlare con nessun estraneo. E invece il teatro lo ha portato a rivalutare se stesso prima di tutto e degli altri poi. È consapevole di aver sbagliato, sa che è giusto dover pagare per questo, però grazie al teatro ha acquisito nuovi valori il rispetto, la capacità di lavorare in squadra, l’amore per la cultura. In carcere ha letto il suo primo libro, Shakespeare, da allora non fa altro che leggere”.
La cultura ha avuto su di lui una forza rivoluzionaria che gli permette di affrontare con più consapevolezza il resto della pena. “Devo vivere altri dieci anni qui dentro ma non ho paura; entrando qui ho perso anche l’amore della mia vita ma ne ho trovato un altro, per l’arte e per il teatro e una volta uscito vorrei continuare a fare l’attore” – racconta Gaetano.
“Assolte tutte le pratiche burocratiche e avuto le autorizzazioni necessarie abbiamo trascorso un’intera giornata nel carcere, abbiamo assistito alle prove. Li ogni detenuto è se stesso, scherzano tra di loro, costruiscono insieme lo spettacolo, ragionano sulle parti da recitare e cercano il modo per renderla al meglio, proprio come gli attori professionisti – continua Lara Napoli -. Ho potuto apprezzare la bravura di Paola nel formare il gruppo e nel riuscire a trasmettere un senso di rispetto di autorevolezza, l’importanza dello stare insieme e del costruire qualcosa di bello, lo spettacolo, appunto, che rappresentano una volta l’anno fuori dal carcere”.
Salgono su un palco vero, in un teatro, ed affrontano l’emozione della scena è quello di trovarsi di fronte un pubblico composto da partenti e amici, che per la prima volta possono guardarli con occhi diversi.

La compagnia teatrale non è mai la stessa, cambia continuamente i propri attori, tra chi esce e chi viene trasferito, tutti hanno però la stessa voglia di mettersi in gioco e le stesse forti emozioni. “Un altro detenuto ha raccontato che non può immaginare la sua giornata all’interno del carcere senza il teatro, sarebbe vuota, perché lì il tempo non scorre mai, aspettano l’appuntamento delle prove con ansia”.
Nel documentario ci sono anche le testimonianze della direttrice e del comandante della polizia. “Alessio, invece, è in semilibertà e assieme a Paola va nelle scuole per realizzare laboratori teatrali insieme ai ragazzi, ovviamente tutto improntato sul concetto del cambiamento – continua Napoli -. Quindi l’esperienza all’interno del carcere prosegue anche fuori, nelle scuole, luogo educativo per eccellenza. La cosa bella è proprio il contatto con i ragazzi anche negli abbracci, negli sguardi, nei sorrisi ed è tutto improntato sulla possibilità del cambiamento stesso. Anche i ragazzi sono invitati ad aprire le menti e comprendere che nella vita si può cambiare”. L’insegnamento finale è appunto che peggio di una sbarra c’è la chiusura della mente, del pensiero.
“Proprio questo vogliamo sottolineare: oltre ai muri o alle sbarre della struttura, bisogna eliminare le sbarre dentro di noi, non bisogna considerare un detenuto un detenuto a vita” – conclude Lara Napoli.

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