Otranto_104031623_MOD

“Ma come fa il mare a essere così blu?”

data maggio 13 | in In viaggio | scritto da | con 0 Commenti

Sono stato nel Salento due volte negli ultimi due mesi. Per un matrimonio e per un funerale. Ho riso e ho pianto. Ho vagato per mezzora nel parcheggio esterno di un ospedale cercando una colonnina per pagare il ticket poi ho incrociato un uomo con una camicia azzurra a maniche corte che mi ha tranquillizzato. «Alla macchina ci penso io». Ho fatto per allungare un euro di generosità, come mi hanno abituato a fare nel centro di Roma. Ma lui mi ha guardato infastidito. «Ti sembro abusivo»? Ho infilato l’obolo sfortunato nella tasca e allontanandomi mi sono domandato perché far stazionare un tizio dalla mattina alla sera e pagargli uno stipendio, quando si potrebbe risolvere il problema con una colonnina di metallo.
Ho intrecciato le braccia sul volante della mia auto per accompagnare le curve nei vicoli stretti di Tricase, poi sono sbucato oltre l’immaginazione. Dove cercavo palazzi c’era un piccolo fiordo, un porto, qualche barca di legno e ancora oltre una lunga scogliera a picco sul mare. Ho ripensato alle montagne granitiche delle Dolomiti, mi sono sporto al limite per cercare il campo base ma ho visto solo blu. «Come diavolo fa a essere così blu»?
Sono piombato in un paesino al mezzodì di un giorno qualunque, di un mese qualunque, in un tempo sconosciuto al turismo. Avevo lo stomaco inquieto e le gambe stanche, ma nessun ristoro dove far festeggiare il palato. «È tutto chiuso qui», ha confessato un ragazzo sui 18 con l’aria rassegnata di chi vorrebbe una vita diversa. Mi sono accasciato sul cofano della macchina. Esausto. Non so, devo avergli fatto pena, ma dieci minuti dopo ero a casa del ragazzo triste con un bicchiere di vino tra le mani e la madre che armeggiava ai fornelli. «Fate sempre entrare gli sconosciuti in casa?», ho domandato incuriosito. La donna ha abbozzato un sorriso compassionevole e ho capito che forse lo strano ero io.
Già, il vino. Per me il vino salentino è rosso e gelato. L’ultima volta che l’ho chiesto in una vineria romana il sommelier mi ha quasi sputato in faccia. Lo volevo prendere per la giacchetta, quell’idiota, e raccontargli dello zio Uccio. Uscivamo insieme sul gozzo di legno bianco e blu che lui lucidava come fosse uno yacht di 18 metri. Si ballava per ore al ritmo del mare e si riponevano tutte le preghiere in un filaccione gettato sul fondo del mare. Quando tornavamo a casa lo zio Uccio cacciava dal frigo una bottiglia di vino rosso fatto dai parenti nell’entroterra e lo sorseggiava in silenzio. Sul bicchiere, oltre la condensa del vino gelato, rimaneva il sale delle mani che avevamo rubato al mare.
Aspettavano l’estate come una festa, per passare anche un mese insieme, tutta la famiglia riunita. Io le mie ultime vacanze le ho trascorse a Los Angeles, Cartagena de Indias, Londra, Kenya e su un’odiosa isola sperduta nel Sud Est asiatico dove galli giganti amavano svegliarmi alle 4 del mattino con le loro urla stridule. Sempre da solo. A volte con amici, a volte con una compagna. Mai con la mia famiglia. Adesso che ci penso su quell’isola ho visto i gamberoni più grandi della storia dell’uomo. Ma non sapevano di un… bel niente. Poi il matrimonio su una spiaggia salentina e su un vassoio eccoli lì: gamberi rossi, non dopati, umani. Ma crudi. Ne ho infilato uno in bocca, l’ho passato sul palato e tra le gengive. Ed ecco il mare. Non amo i ricci. Fuori spinosi e dentro viscidi. Non era possibile una sana via di mezzo? Adoro invece quelle pasterelle ovali ripiene di crema e amarena. Come diavolo si chiamano? Zeppole, bignè, boh. Comunque si chiamino ho visto dei cornetti farsela addosso dalla vergogna quando venivano servite loro.
Poi una mattina sono tornato su quel parcheggio fuori all’ospedale. Non era più per dire ciao, ma per dire addio. Ho lasciato la macchina senza ansie. Sentivo la sua presenza dietro le mie spalle, ha infilato il biglietto orario sotto il tergicristallo con la discrezione di chi ha imparato a leggere nell’animo e mi ha accompagnato con lo sguardo.
Quando sono tornato a pagare lui non c’era. L’ho cercato a lungo ma non c’era. Ho girato casualmente il biglietto e c’era un pensiero scritto a penna. «Torna presto. Il Salento ti aspetta». Ho infilato le monete in tasca e ho ripreso la strada di casa. A quel punto piangere era solo un altro modo di dire addio.

Pin It

« »

Scroll to top