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“Santi caporali” la realtà del ghetto di Rignano Garganico in un documentario

data aprile 20 | in Associazioni, Cinema, Cultura, Istituzioni | scritto da | con 0 Commenti

La fede, la ricerca di Dio e la sua lontananza dagli uomini. Tre spunti di riflessione nel documentario “Santi Caporali” (Travel Produzioni) presentato da Giuseppe Pezzulla al Festival del cinema europeo, nella sezione Cinema e realtà. Il luogo è il Gargano. A pochi chilometri dalla cattedrale costruita in onore di San Pio da Pietrelcina, a San Giovanni Rotondo, si trova il ghetto di Rignano Garganico, dove tra distese immense ogni giorno gli immigrati lavorano per pochi spiccioli. Due realtà, contrastanti tra loro, che hanno un impatto molto diverso sul sentire collettivo.
“È il mio quarto documentario, il mio lavoro più importante – afferma il regista Giuseppe Pezzulla – lavoro pensato già un anno prima, nel 2014, quando sono andato per la prima volta a Rignano Garganico con Paolo Paticchio, presidente dell’associazione Terra del Fuoco-Mediterranea. Lì ho visto una realtà a me completamente sconosciuta, che non pensavo esistesse in Puglia: centinaia di persone lavorano in mezzo alle campagne sperdute, senza altra non forma di vita nei dintorni. Vivono tutti in un ghetto, sono rimasto ancora più sconvolto e allibito quando noi siamo andati a dormire a San Giovanni Rotondo, lì dove sorge la cattedrale nella quale ogni giorno si riversano centinaia di fedeli che pregano per una vita migliore”. Il documentario è incentrato su questo parallelismo e sulle contraddizioni tra i due luoghi. È la voce fuori campo all’inizio che dà la chiave di lettura.
“Sono ritornato altre volte nel ghetto, per girare nuove immagini, il ritorno ha accresciuto la consapevolezza di quello che volevo comunicare e sottolineare – continua Pezzulla -, se avessi realizzato subito il documentario, senza darmi il tempo di riflettere, sarei andato a ricercare il patetico, sarei caduto nella trappola, avrei fatto capire cose che a me non interessavano. Mentre ciò che volevo era creare degli spunti di riflessione sulla lontananza di Dio, mostrare una lunga fotografia di una Puglia che nessuno conosce”.
Nel documentario ci sono alcune testimonianze, tra le quali anche quella di Yvan Sagnet, che nell’agosto del 2011 guidò la rivolta dei braccianti agricoli africani nelle campagne di Nardò. “Ho incontrato Yvan per caso, era passato a salutare i ragazzi del ghetto – continua il regista – e ne ho approfittato per intervistarlo; ci sono, inoltre, le testimonianze di alcuni lavoratori e poi ancora di padre Arcangelo Maira, il padre scalabriniano che ha realizzato lì il campo “Io ci sto”, punto di ritrovo di volontari che si mettono a disposizione dei migranti e aiutarli nelle loro necessità quotidiane”.
La necessità del lavoro costringe i ragazzi a rimanere lì, per questo guardavano con diffidenza il regista e la sua telecamera.
“La domanda che ho fatto a tutti loro è stata: “A cosa pensi quando ti svegli?”, in realtà la faccio a tutti, perché per me la mattina è un momento molto importante, e loro tutti mi hanno risposto che si devono alzare per andare al lavoro. Documenti, lavoro, famiglia. Questi i tre pensieri costanti. Mentre non ho voluto intervistare nessuno a San Giovanni Rotondo. So che credono fortemente nella presenza di Dio, nella speranza. Non voglio puntare il dito verso chi crede, è solo che io non credo nella speranza, bisogna svegliarsi la mattina e agire, bisogna avere il coraggio e la forza di alzarsi la mattina e fare, costi quel che costi. Dopo aver realizzato questo documentario credo poco in quelli che dicono, ammiro molto chi invece fa e ci mette la faccia”.
Il pubblico ideale del documentario?
“Vorrei che lo vedessero prima di tutto quelli che fanno cinema; vorrei che lo conoscessero i pugliesi, non mi interessa che lo vedano i politici, sanno già che cosa c’è qui. Poi vorrei che lo vedessero i ragazzi, gli studenti che sappiano cosa succede intorno a loro. La Puglia è riscaldata anche da un sole invernale, freddo, che è quello che c’è lì, un sole nero”.

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