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Una passeggiata con Erri De Luca

data ottobre 14 | in Storie, Territorio | scritto da | con 0 Commenti

Pronto?

Ciao.

Ciao Gabriella.

Dove sei?

A Santa Caterina.

Bene. Tra 20 minuti sono lì. Ti porto Erri De Luca. E vuole fare il bagno”.

 

Una quasi insignificante giornata di metà luglio, trascorsa stravaccato sui soliti scogli nel solito posto, può interrompersi anche così, nel modo più inaspettato. Questa fulminea telefonata mi avvertì che avrei incontrato, da lì a qualche minuto, l’autore di libri meravigliosi e di infinite prodezze del pensiero e della scrittura, letto e riletto, amato e adorato, studiato, fatto a pezzi, elaborato, assimilato per sempre. Gabriella Della Monaca, amica e mia maestra di giornalismo, presidente di Up, uniti per il paesaggio (associazione culturale nata a tutela della bellezza del territorio e per “difendere il paesaggio dal pensiero cementato”), aveva coronato un sogno e rispettato una promessa. Il sogno, quello di portare lo scrittore napoletano a casa sua, a condividere l’insofferenza del Salento e dei salentini per il gasdotto. La promessa, quella di farmi conoscere Erri De Luca, che mi fece un giorno di tanti anni fa dopo avermi regalato due libri, i primi della mia vita da suo affezionato lettore.

A Erri prospettammo un bagno a Porto Selvaggio. Provai a chiedergli di scegliere tra il duro percorso a piedi, attraverso la salita della Torre dell’Alto, e quello più comune, in macchina, dalla strada provinciale 286. Con il suo animo da scalatore, scelse il primo, senza nemmeno ascoltare il secondo. In pochi minuti cominciammo la salita, sufficientemente dura da far guadagnare subito, a me e lui, qualche metro di vantaggio rispetto al resto della spedizione, cioè Gabriella e sua sorella, Irene e un paio di assistenti. Non se ne curò e proseguimmo a passo spedito. Mi chiese brutalmente cosa ci fosse di “selvaggio” a Porto Selvaggio, un bosco attraversato da percorsi di pietra, sfiorato dalle case e dalle macchine, sempre discretamente popolato da bagnanti, escursionisti, runners. Mi chiese cosa facessi, cosa pensassi del gasdotto, come si vedesse il mondo dal Salento. Forse gli scrittori si difendono così dai probabili “attacchi” degli sconosciuti, scegliendo loro gli argomenti. Parlammo anche di Vendola, di Saviano (male), dell’Ilva e di editoria. Mi spiegò le analogie tra la battaglia contro la Tav e quella contro la Tap e io gli dissi che ci avevo fatto la tesi all’esame di giornalista. Bollò come “stupri” sia la Tav che la Tap. Parlava sommesso e fermo, usando tutte la sua attrezzatura linguistica e il suo bagaglio di metafore e similitudini, di simboli e di umanizzazioni delle cose. Proprio come nei libri. Prima di arrivare alla spiaggetta, sfoderò un’immagine molto bella, che non dimenticherò mai. Disse che la bellezza di questo Paese è il suo paesaggio, non le macchine o i vestiti firmati. E soprattutto che una valle o una costa di ricambio non ce l’abbiamo. Delle altre “scalatrici” in evidente ritardo, continuò a non curarsi. Giunti in fondo, tolse la maglietta di Emergency e le scarpe da montagna, infilò gli occhialini e scomparve tra le onde. Io restai a guardarlo dalla riva. Grazie Erri, della tua saggezza c’è bisogno.

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